“È indiscusso che l’allevamento estensivo sia la forma più sostenibile, in termini di senso morale comune, benessere degli animali, ottimizzazione delle risorse e impatto ambientale”.
Heitschmidt et al., 1996
In alcuni casi esso consente l’utilizzazione di aree non coltivabili né edificabili, e in generale, con i dovuti accorgimenti, contribuisce a limitare l’erosione dei terreni e a migliorarne la qualità, favorendone l’utilizzo agricolo.
Per tutte le specie animali la possibilità di pascolare, muoversi liberamente, esprimere i comportamenti tipici, interagire con i conspecifici in condizioni naturali comporta un migliore status immunitario, minore sensibilità alle patologie e di conseguenza un ridotto rischio di contaminazione dei prodotti da residui di farmaci (Napolitano et al., 2005; Braghieri et al., 2007). Le produzioni così ottenute presentano inoltre qualità organolettiche e nutritive superiori rispetto all’allevamento che non beneficia del pascolo (Avondo & Lanza, 2011). In Italia per alcune specie o determinate razze l’allevamento estensivo corrisponde alla forma tradizionale, più antica e ad oggi ancora prevalente, tuttavia soffre di problemi di speculazione sui pascoli, convivenza con i predatori, vincoli legati alle zone urbanizzate o sottoposte a tutela ambientale e, soprattutto, scarsa competitività con le produzioni intensive e industriali.
All’ultimo Censimento Agricoltura (ISTAT, 2010) risultano nel nostro Paese poco più di 200 mila aziende con attività di allevamento. 115mila utilizzano il pascolo, ma circa 60 mila lo fanno per 10-12 mesi/anno (di cui 48mila su terreni aziendali). Parliamo quindi di 6 milioni di capi, distribuiti su aziende di medie e piccole dimensioni (tra 1 e 500 capi). Una realtà che include molte produzioni tipiche, in alcuni casi tutelate da marchi di qualità europei, o più spesso con caratteristiche legate a processi produttivi virtuosi dal punto di vista etico ed ambientale, che non trovano ancora, sul nostro mercato, un adeguato riconoscimento.
